Intervento di Giorgio Tassinari al convegno di Milano, 26 ottobre 2013

IL REFERENDUM DI BOLOGNA HA VINTO NONOSTANTE I GIGANTI DAI PIEDI DI ARGILLA.
Questa è una storia che inizia molto tempo fa, dal 1948 almeno. Il 1948 è l’anno in cui facciamo iniziare la nostra narrazione per due motivi: è l’anno in cui viene promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana ed è anche l’anno in cui si riunisce per la prima volta la Società del Mont Pelerin, fondata da von Hayek, che pose le basi della riscossa capitalistica di Reagan e della Thatcher. E’ importante soffermarsi su questo passaggio, perché nel pensiero di von Hayek, in caso di conflitto tra democrazia e mercato, è il mercato che deve prevalere.
Ed è questa la vicenda che stiamo attraversando qui ed ora. Hans Kelsen scrisse che per fare una buona costituzione si deve dare una delle seguenti condizioni: o aver perso una guerra o aver vinto una rivoluzione. Nell’Italia del dopoguerra queste si diedero simultaneamente: l’Italia fascista e monarchica aveva perso la Seconda Guerra Mondiale e l’Italia partigiana aveva vinto la rivoluzione della Resistenza. Per questa la Costituzione italiana è buona al quadrato. Ma i costituenti vollero anche che il popolo fosse armato, e l’arma che forgiarono fu la partecipazione. Questo punto di vista fu compiutamente sviluppato da Calamandrei, che precorse le analisi critiche della democrazia intesa come puro meccanismo elettorale dalle dirigenze di partito:
“è necessario che tutti i componenti del popolo siano messi in condizione di sapersi servire dello strumento elettorale. Vera democrazia non si ha dove, pur essendo diritto di tutti i cittadini ugualmente elettori ed eleggibili, di fatto solo alcune categorie di essi dispongono dell’istruzione necessaria per essere elementi consapevoli ed attivi nella lotta politica.”
La formazione del cittadino è una delle pietre angolari della Repubblica. Per questo la Costituzione dedica ben due articoli alla scuola e all’università (artt. 33 e 34) e la scuola è il principale strumento con cui la Costituzione promuove l’attuazione dell’art.3.
Le vicende politiche ed economiche dell’ultimo ventennio hanno messo in evidenza un’aggressione determinata ed incisiva all’assetto costituzionale, condotta con respiro strategico e grande capacità di manovra dalle forze conservatrici. La scuola e l’università, proprio perché organi costituzionali, sono stati uno dei principali obiettivi di questa offensiva (vedi l’azione del governo Berlusconi-quater, del ministro Gelmini, del governo Monti e del governo Letta).
In questo quadro si inseriscono negli ultimi mesi alcuni elementi nuovi, di segno progressivo che segnalano una nuova capacità di azione strategica a largo raggio del fronte repubblicano, tra di loro connessi ed interrelati. Chiamamoli la vicenda di Napoli e la vicenda di Bologna e la vicenda di Milano.
La vicenda di Milano è stata ben illustrata da Barzaghi per cui non mi soffermo. Le vicende di Napoli e di Bologna sono entrambe sono ben note ma vale la pena richiamarle.. Cominciamo da Napoli. Nell’agosto del 2012 il Comune di Napoli assunse ben 156 maestre di scuola dell’infanzia a tempo determinato e 102 maestre di nido dell’infanzia contravvenendo al patto di stabilità. La Procura della Corte dei Conti della Campania ha archiviato il procedimento avviato in seguito. Nel testo della richiesta di archiviazione vengono citate numerose sentenze, una per tutte quella delle sezioni riunite della Corte dei Conti, in cui si afferma che la legge 122/2010 (che introduce per gli Enti Locali il vincolo di spesa per le assunzioni di personale) non deve essere applicata per le situazioni di somma urgenza e di svolgimento di servizi infungibili ed essenziali.
Quindi, e la vicenda di Napoli lo dimostra in modo palmare, lo scambio tra esigenze di bilancio e diritti costituzionali on può e non deve essere effettuato. E quanto è avvenuto a Napoli ci dice che il patto di stabilità e tutte le altre misure che costituiscono la vergine di Norimberga con cui la destra vuole soffocare vuole soffocare la libertà repubblicana e costituzionale può essere spezzato. Certo il Comune di Napoli è retto da un sindaco (De Magistris) che ha sempre contestato il patto di stabilità. Altra situazione è quella del comune di Bologna, il cui sindaco milita in un partito che ha aderito completamente alla linea dell’austerità e che ha votato il pareggio di bilancio in costituzione.
E questo ci introduce alla complessa vicenda del referendum di Bologna sul finanziamento delle scuole dell’infanzia paritarie private. La cronaca è nota, ma conviene ricordarla brevemente per inquadrarne più compiutamente il significato.Bologna e scuola dell’infanzia sono un binomio indissolubile.
E’ a Bologna che nel dopoguerra amministrazioni illuminate trasformarono gli asili da servizio assistenziale per i figli delle madri lavoratrici in scuola vera e propria, con finalità educative.
Fin dal 1967 l’assessore Tarozzi la chiama scuola dell’infanzia (in un disegno coordinato con l’istituzione del tempo pieno nelle scuole elementari) intesa come luogo dello sviluppo individuale e della rimozione di ogni svantaggio, quindi strumento per il raggiungimento della giustizia sociale e base di una vera cittadinanza.
Esattamente ciò che detta la Costituzione italiana all’articolo 3.
Per realizzare questo ambizioso obiettivo le amministrazioni che si succedettero negli anni profusero energie intellettuali e risorse finanziarie.
Per anni un quarto del bilancio del Comune fu investito per aprire nuove sezioni di scuola dell’infanzia comunale.
Nel 1975 a Bologna l’80% della popolazione infantile dai 3 ai 6 anni era scolarizzata, cifre lontane anni luce da quelle del resto d’Italia,
Ma Bologna non era soltanto un’eccezione per la quantità del servizio offerto, ma anche per la qualità: l’amministrazione comunale costruiva scuole all’avanguardia, progettate per il benessere dei piccoli e funzionali alle attività laboratoriali e formava e aggiornava continuamente le sue insegnanti , in stretto raccordo con l’Università di Bologna ed i suoi pedagogisti.
Il loro ruolo di professioniste dell’educazione era talmente riconosciuto e tenuto in considerazione che le insegnanti delle scuole dell’infanzia comunali avevano il contratto scuola nazionale, non quello dei dipendenti della pubblica amministrazione. Anche con questa scelta amministrativa il Comune ribadiva che le sue scuole erano scuola a tutti gli effetti, non servizio a domanda individuale. Oggi le vorrebbe trasformare in ASP (Aziende Servizi alle Persone), ma questa è un’altra storia.
Nel 1995 le scuole materne comunali coprivano il 100% della domanda.
Con una tale offerta di scuola pubblica, a Bologna le scuole materne private coprivano solo il 23% della domanda, percentuale molto al di sotto di quella nazionale, e faticavano ad andare avanti a causa del crollo delle vocazioni, non potendo più contare sulle insegnanti suore.
Il Comune di Bologna, già vent’anni fa, aprì la strada al finanziamento delle scuole private stipulando una convenzione con la Federazione Italiana Scuole Materne (FISM), un’articolazione organica alla Chiesa di Roma. L’operazione fu compiuta dal Sindaco Vitali, che realizzò anche la privatizzazione delle farmacie comunali. E’ di un certo interesse ricordare che il sindaco Vitali, durante un convegno sulla politica scolastica del Comune, difese la sua politica rivendicando che la sua Giunta “aveva dovuto confrontarsi con la modernità”. Già, la modernità, che gli eredi del PCI , confusi dal crollo del muro di Berlino e dalla vittoria di Berlusconi, interpretarono in chiave liberista anziché socialdemocratica. Vitali fu poi travolto dalle proteste della base del partito e non venne ricandidato. Vale la pena ricordare che erano i tempi in cui a Bologna nasceva l’Ulivo, il tentativo di creare una forza progressista che tenesse dentro anche i cattolici.
Fino a quel momento la dicitura dell’articolo 33 della Costituzione che prevede la possibilità di istituire scuole private, ma “senza oneri per lo stato”, non era mai stata messa in discussione, neanche dai governi monocolore democristiani.
Contemporaneamente la regione Emilia Romagna, prima in Italia, varò una legge regionale che prevedeva anch’essa finanziamenti alle scuole private. In Emilia Romagna nacquero allora diverse associazioni che sollevarono il tema dell’incostituzionalità della legge regionale che finanziava le scuole private.
Nel 1999 vennero raccolte in tutta la regione più di 60.000 firme per un referendum abrogativo della “legge Rivola”, ma la consultazione popolare venne evitata modificando la legge, e la nuova legge (Bastico) abrogò i rimborsi alle spese scolastiche sostenute da chi accede alle scuole private, a differenza di quanto ancora accade in Lombardia.
La legge regionale emiliana costituì poi il modello per la legge nazionale 62/2000 meglio nota come “Legge sulla parità scolastica” firmata dal ministro PD Luigi Berlinguer.
Ciò che non erano riusciti a fare in 50 anni i governi democristiani, lo fece un governo di sinistra.
Il sistema integrato d’istruzione, in cui vengono considerate pubbliche anche le scuole private che vengono dichiarate paritarie, diventa il modello nazionale e i finanziamenti alle scuole paritarie negli anni crescono regolarmente, sollecitati e reclamati a gran voce dalla Chiesa Cattolica, mentre quelli alla scuola statale subiscono i tagli che tutti conosciamo.

Questo lungo excursus per far presente che la politica dell’attuale sindaco Merola è in piena continuità con quella di allora. L’accettazione della disciplina fiscale e di bilancio (foedus sceleris con il capitale finanziario), il patto con la destra cattolica nel bloccare lo sviluppo dei diritti civili, l’incapacità di uscire dalla gabbia tecnocratica che lo stesso PD ha contribuito a costruire (la legge Bassanini), ne costituiscono i tratti fondamentali. Ma come ha felicemente scritto Girolamo De Michele “non puoi servire Dio e Mammona”. O stai dalla parte della Costituzione o sei contro la Costituzione. Se pensi che tutti i bambini abbiano diritto alla scuola pubblica non devi finanziare la scuola privata.
Dopo la raccolta firme del 1999 le associazioni che avevano promosso il referendum regionale in Emilia Romagna non si erano sciolte, ma avevano continuato a vigilare e ad informare i cittadini sulle scelte di comuni, regione e stato in tema di politiche scolastiche.
Bologna in particolare fra il 2003 e il 2009 fu all’avanguardia della lotta delle scuole, prima contro la riforma Moratti e la sua idea di scuola-azienda e poi contro la “riforma” Gelmini, riuscendo a mobilitare per mesi migliaia di genitori, insegnanti e cittadini sensibili al tema della scuola.
Quell’esperienza ha consolidato in città una rete di relazioni fortissime, anche personali, fra decine di persone che, pur avendo storie molto diverse e pur avendo partiti politici di riferimento diversi, o non avendone affatto, sono sempre disposte a sacrificare tempo ed energie per la difesa della scuola pubblica, quella vera, quella di tutti e per tutti, inventandosi ogni genere di resistenza e di iniziativa.
Il movimento in difesa della scuola pubblica a Bologna è come un fiume carsico: dopo una fase di lotta sembra scomparire, per poi riapparire qualche mese o anno dopo, arricchito di nuove militanze e rinnovate energie. E’ in questo humus molto particolare che bisogna collocare il referendum consultivo comunale a Bologna.
Da anni le liste d’attesa delle scuole dell’infanzia comunali, a causa dell’incremento demografico dovuto in gran parte alla popolazione di origine straniera, andavano allungandosi: alle famiglie che chiedevano l’iscrizione alla scuola pubblica veniva offerto il posto nelle scuole private paritarie, dove c’è il pagamento della retta e dove, in 26 delle 27 scuole paritarie, bisogna sottoscrivere un progetto educativo di ispirazione cattolica.
Nel 2011 sono centinaia le famiglie che si trovano escluse dalla scuola dell’infanzia comunale o statale.
L’amministrazione, sollecitata a dare una risposta a questa richiesta di scuola pubblica, sostiene che le scarse risorse finanziarie del Comune non permettono l’apertura di nuove sezioni comunali e che comunque il sistema integrato è in grado di offrire un posto a chi ne fa domanda, continuando a negare la palese differenza fra una scuola aperta a tutti e gratuita e una scuola di tendenza a pagamento.
Incredibilmente, poi, l’amministrazione comunale è estremamente reticente nel chiedere l’apertura di sezioni statali.

E’ in questo contesto che 400 cittadini e cittadine bolognesi decidono di dare vita al Nuovo Comitato articolo 33 sottoponendo ai garanti del Comune il seguente quesito da sottoporre a referendum:
Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritare a gestione privata ritieni più idonea per assicurare il diritto costituzionale all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private
Nel luglio 2012 i garanti giudicano ammissibile il quesito, aprendo la strada al referendum consultivo previsto dallo statuto comunale.
La reazione delle forze politiche a questa decisione dei garanti è alquanto scomposta e le critiche sono espresse con toni molto duri e sferzanti.
Intanto il Nuovo Comitato Articolo 33 si arricchisce dell’adesione di moltissime associazioni, riuscendo a darsi un’organizzazione unitaria.
Vengono istituiti, all’interno del Comitato, i gruppi organizzazione e comunicazione per fronteggiare tutte le problematiche della campagna referendaria, vengono individuati un Presidente e un Portavoce per i rapporti con i mezzi d’informazione.
Viene aperto un sito che viene costantemente aggiornato sulle iniziative del Comitato, sui materiali che vengono prodotti e grande attenzione viene data anche ai socialnetwork che vengono sfruttati al massimo.
Le firme di residenti a Bologna da raccogliere perchè il referendum possa essere indetto sono 9000, moltissime, se paragonate a quelle necessarie per l’indizione di referendum nazionali.
Nel settembre del 2012 parte la raccolta delle firme, che deve essere ultimata entro dicembre.
Vengono allestiti decine di banchetti davanti ai mercati, ai supermercati, davanti alle scuole, in ogni occasione in cui ci sia grande affluenza di pubblico.
Decine di volontari si attivano ai punti di raccolta firme e per organizzare eventi di autofinanziamento per pagare i materiali informativi utilizzati nella campagna.
Moltissimi dipendenti comunali si dichiarano disponibili, ovviamente fuori dall’ orario di lavoro, ad autenticare le firme ai banchetti.
Sulla carta la sproporzione fra i sostenitori dell’opzione a) e quelli dell’opzione b) è abissale: a parte SEL e M5S che appoggiano il referendum, tutte le altre forze politiche rappresentate in Consiglio e la Curia vi si oppongono, invitando i cittadini a non firmare.
Tutti i giornali cittadini sono schierati contro il Comitato.
Eppure la raccolta firme procede speditissima, in poche settimane la quota di firme necessarie non solo è raggiunta, ma ampiamente superata. Alla fine le firme raccolte saranno più di 13.000!

L’esperienza della raccolta delle firme è stata un’occasione formidabile per riportare il tema della scuola al centro del dibattito politico cittadino, per informare e parlare con le persone.
La prima cosa di cui ci siamo resi subito conto è che i bolognesi non avevano la minima idea di come stessero le cose: la stragrande maggioranza ignorava che il Comune finanziava da quasi vent’anni le scuole dell’infanzia private e che da anni il diritto alla scuola pubblica veniva negato a centinaia di famiglie.
In particolare le persone anziane dei quartieri più popolari giudicavano questa situazione ingiusta ed insopportabile e molte di loro ricordavano le battaglie che avevano condotto da giovani, come genitori, per garantire ai propri figli una scuola pubblica di qualità che chiudesse la forbice sociale e offrisse pari opportunità a tutti.
Erano perfettamente consapevoli che la scuola pubblica è un diritto costituzionale e che se si permette che questo diritto venga messo in discussione, possono poi esserne negati anche tanti altri e che le scelte politiche sulla scuola, come sull’assistenza sanitaria, non possono essere dettate esclusivamente da considerazioni di bilancio.
Mi è capitato anche di raccogliere firme di cittadini che ammettevano di avere iscritto i propri figli ad una scuola privata per fuggire dalle difficoltà incontrate in quella pubblica: tempo scuola insufficiente o garantito con modalità organizzative cervellotiche e non a misura di bambino, cambio continuo di insegnanti provocato dal precariato, classi problematiche per presenza di alunni certificati senza un adeguato sostegno, per situazioni di importanti difficoltà comportamentali non certificate o per un elevato numero di alunni stranieri ai quali non viene garantito il necessario supporto per l’apprendimento della lingua italiana.
Questi cittadini, che avevano cercato una soluzione individuale ad un problema collettivo, vedevano nel referendum la possibilità di lanciare un segnale alla classe politica perchè ricominciasse ad investire nella scuola pubblica, per evitare che altri fossero indotti contro la propria volontà verso questa scelta.
L’esito del referendum di Bologna è di una chiarezza lapalissiana: 51.000 cittadini hanno detto di essere favorevoli all’abolizione dei finanziamenti alle scuole private; 35.000 si sono espressi per il loro mantenimento, nonostante il colossale kombinat politico-economico che si è mobilitato in favore delle scuole private, anche con l’intervento di esponenti nazionali (PD, PDL, Lega, UDC, Montiani, CEI nella persona del suo presidente cardinal Bagnasco, Curia di Bologna, CISL, Lega delle Cooperative, Confindustria, CNA, Associazione Commercianti, FISM, AGESC, e dimentichiamo sicuramente qualche organizzazione). Ma questa sconfitta delle forze reazionarie non trova una motivazione se non si analizza il voto nel dettaglio. E allora si scopre che la percentuale più elevata dei voti per l’abolizione dei finanziamenti si ritrova nelle zone più povere delle città. Un voto di classe, dunque. La cittadinanza ha capito perfettamente che senza scuole pubbliche siamo tutti più poveri.
Tutto ciò dimostra in maniera forte e chiara che la questione dei diritti costituzionali e della scuola sta al centro della politica non solo locale. Dimostra anche che la combinazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa costituisce via possibile e feconda per uscire dalla crisi della politica.
Nel suo intervento alla manifestazione della FIOM del 18 maggio, un’esponente del Comitato Articolo 33, Stefania Ghedini, concluse dicendo “Votate A come libertA’”. E la libertà i cittadini bolognesi hanno scelto, vincendo il referendum del 26 maggio. La libertà di Zanardi, di Dozza, di Tarozzi e di Adriana Lodi, i padri e le madri delle scuole comunali bolognesi. Ed anche la libertà di Don Milani e di Dossetti, i cui eredi culturali e politici si sono schierati a sostegno del Comitato Referendario.
Bologna non dimentica. Questo è il titolo del comunicato con cui il Comitato promotore del referendum ha annunciato il suo scioglimento dopo che il Consiglio comunale a fine luglio, con i soli voti contrari dei consiglieri di Sel e M5S, ha deliberato di mantenere inalterato il finanziamento alle scuole dell’infanzia paritarie, ignorando completamente il risultato referendario e scrivendo una brutta pagina per la democrazia in questa città.
Ma un risultato importante il referendum l’ha ottenuto: mentre prima l’amministrazione dichiarava che il sistema integrato era perfetto, ora è costretta ad ammettere che non deve più succedere che chi chiede scuola pubblica non l’ottenga.
Tuttavia, prima dell’inizio di questo anno scolastico il MIUR ha concesso al comune di Bologna ben 21 insegnanti di scuola dell’infanzia (un intervento massiccio e con pochi precedenti, conseguenza certamente della battaglia referendaria), più che sufficienti ad eliminare completamente le liste di attesa, che invece è ancora attestata sulle 100 unità. Il comune di Bologna li ha però utilizzati per rimpiazzare insegnanti comunali, e le nuove sezioni aperte dal Comune sono a gestione indiretta (cooperative). Questo è la prima volta che accade nella nostra città, ed è un fatto indubbiamente grave.
Le liste d’attesa si sono notevolmente assottigliate e, guarda caso, a fronte di maggiori disponibilità nel pubblico sono aumentati i posti rimasti vuoti nelle paritarie.

Cercando di trarre una sintesi di tutta l’esperienza del referendum a Bologna, gli elementi più rilevanti a mio giudizio sono tre:
a) si è confermato che la maggioranza dei cittadini vuole la scuola pubblica, avendone compreso appieno il ruolo costituzionale di presidio della democrazia e di istituzione che agisce per l’uguaglianza effettiva tra i cittadini, smascherando la mistificazione della sussidiarietà tra pubblico e privato;
b) si è affermato un protagonismo dal basso della cittadinanza che ha rimesso al centro della discussione politica il rapporto pubblico-privato e il problema del finanziamento alle scuole private, innescando analoghe esperienze in altre città italiane;
c) la reazione delle istituzioni e delle principali forze politiche rispetto all’esito del referendum ha messo in evidenza segnali preoccupanti di involuzione in senso post-democratico, di sostanziale irrilevanza del punto di vista dei cittadini. Da questo punto di vista la vicenda di Bologna è perfettamente allineata con quanto sta avvenendo a livello nazionale in tema di cambiamento della Costituzione.
La battaglia per il referendum e contro la revisione della Costituzione sono in realtà due momenti della medesima lotta.

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