Riceviamo dal Coordinamento dei docenti di Ostia – “Doc.In.pro”

(S)VALUTARE LA SCUOLA PUBBLICA?

La valutazione secondo il Ministero

Il Dpr sul sistema di valutazione approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 agosto 2012 ha già avuto il parere (non vincolante, ma in ogni caso critico) del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e quello (16 gennaio) del Consiglio di Stato (favorevole, seppure con molte importanti e radicali rilievi che rimettono tutto in discussione) e avrà presto anche quello delle commissioni parlamentari (è già arrivato quello della Commissione Istruzione del Senato, con un “colpo di mano” – poiché il Parlamento è sciolto –  di PdL e Lega, attuato su pressione del governo). E nonostante mancasse il parere della Camera dei Deputati, nella seduta dell’8 marzo scorso il Consiglio dei Ministri dimissionario (ad elezioni già avvenute) ha comunque deciso di varare il testo definitivo del decreto. Il nuovo sistema di valutazione è quindi una realtà con cui il mondo della scuola deve ora fare i conti. Il ministero afferma che il Dpr «fornisce una risposta all’impegno preciso richiesto dall’Europa di sostenere, con un programma di ristrutturazione, le scuole che hanno fatto registrare risultati insoddisfacenti». Va anzitutto sottolineato che per sé la motivazione “ce lo chiede l’Europa” non è sufficiente a giustificare una così profonda trasformazione del sistema scolastico. Tanto più se essa sembra preludere ad una politica di “selezione” delle scuole che mortifichi gli istituti che non si adeguano a standard imposti dall’alto, in maniera indifferenziata e che non tiene conto delle diverse realtà socio-economiche e culturali che le istituzioni scolastiche si trovano a fronteggiare all’interno di aree geografiche assai diverse tra loro. Il rischio, insomma, non è solo che la valutazione venga utilizzata come mero strumento di “razionalizzazione” della spesa, o peggio, di compressione dei diritti e dei salari, di emarginazione per quei docenti o quelle istituzioni scolastiche non ritenute “meritevoli”, ma è soprattutto che il sistema scolastico nel suo complesso non sia più in grado di ottemperare al dettato costituzionale che, all’art. 3, chiede esplicitamente che siano rimossi «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». E come realizzare ciò senza una scuola aperta, inclusiva, democratica, partecipativa, attenta a non fare – come insegnava don Milani – “parti eguali tra diseguali”? Nel decreto, intanto, si dice però che sarà il Ministro a definire le strategie educative e, attraverso l’Invalsi, «gli indicatori di efficienza e di efficacia in base ai quali l’Snv individua le istituzioni scolastiche e formative che necessitano di supporto e da sottoporre prioritariamente a valutazione esterna». L’Invalsi avrà un consistente peso nel nuovo sistema di valutazione, perché esso, dice il Dpr, «assicura il coordinamento funzionale dell’Snv, propone i protocolli di valutazione e il piano delle visite degli ispettori alle scuole, definisce gli indicatori di efficienza e di efficacia, redige un rapporto sul sistema». Inoltre, «cura la selezione, la formazione dell’elenco degli esperti dei nuclei della valutazione esterna  e pure quella degli ispettori». Il tutto con modalità interne e discrezionali, senza alcuna previsione che vi sia un concorso pubblico per entrare nell’organigramma dell’Invalsi, che continua a rispondere del proprio operato solo al ministro dell’Istruzione. E non corrisponde quindi a quei criteri di “terzietà” ed indipendenza che qualsiasi valutazione impone. All’art. 2. comma 6 si afferma inoltre che «le istituzioni scolastiche sono soggette a periodiche rilevazioni nazionali sugli apprendimenti e sulle competenze degli studenti, predisposte e organizzate dall’Invalsi» e che «tali rilevazioni sono effettuate su base censuaria nelle classi seconda e quinta della scuola primaria, prima e terza della secondaria di primo grado, seconda e ultima della scuola superiore». Si introdurrebbe quindi l’obbligo per le scuole ad essere sottoposte alle rilevazioni ed alla creazione di una sorta di anagrafe degli studenti, attraverso la quale si può risalire ai risultati scolastici nei test di ogni alunno, con il risultato di rendere ininfluente la valutazione fatta dai docenti nel corso dell’anno scolastico. Inoltre, la valutazione fatta scuola per scuola smentisce quella a campione che è prevalente in Europa, tanto più che si continuano ad utilizzare (posizione già criticata dalla Commissione europea) gli stessi test per la valutazione di sistema, quella delle scuole, quella degli insegnanti e quella degli studenti, e per di più a mescolare l’utilizzo di test per la valutazione finale in terza media e quinta superiore con le tipologie di prova oggi previste. Inoltre una valutazione di sistema non può concentrarsi solo su una rilevazione degli “output”, per di più limitata ad alcune discipline, ma deve occuparsi anche dei processi di apprendimento e di come essi determinino certi risultati. Infine: gli strumenti per valutare il sistema scuola già ci sono: perché infatti (solo per fare un paio di esempi) non fare una ricognizione sistematica dei risultati della I e II prova scritta degli esami di Stato? Perché non attingere al patrimonio di informazioni contenute nelle relazioni obbligatorie che i presidenti di commissione agli esami di Stato devono redigere al Ministero?

La valutazione secondo noi

È chiaro che quello della “valutazione” è un tema strategico nella scuola. Spesso viene agitata in modo strumentale ed ideologico, quasi fosse lo strumento per tenere sotto scacco, a volte anche “punire”, una categoria, quella degli insegnanti, aprioristicamente ritenuta fannullona, poco produttiva, indolente e corporativa; comunque impermeabile a qualsiasi tentativo di aggiornamento. La valutazione è stata infatti sinora intesa dai governi e dai ministri degli ultimi anni soprattutto (esclusivamente?)  come “merito” e “premialità”, ossia come lo strumento per ordinare in graduatorie scuole e docenti, allo scopo di incentivare selettivamente solo i migliori. E sottrarre ulteriori risorse ai “peggiori”. In realtà, a parte le mille riserve che si potrebbero esprimere sulla validità, anche scientifica, di un sistema basato sull’esclusivo criterio della “premialità”, la valutazione, se correttamente intesa, è una funzione necessaria per chi abbia a cuore l’idea stessa di una “scuola della Repubblica”, cioè la tenuta di un sistema unitario di istruzione, che garantisca tutti e che sia offerto a tutti nello stesso modo e che soprattutto si ponga l’obiettivo di superare la deriva del localismo e di scongiurare il rischio di una eccessiva connotazione “individualistica” delle scuole. La valutazione è, infine, il processo attraverso il quale ogni soggetto coinvolto assume e condivide la propria responsabilità. Insomma, se correttamente intesa la valutazione può essere un utile strumento di rendicontazione sociale e di azione costruttiva per individuare gli interventi necessari per migliorare la scuola e gli apprendimenti. Un sistema di valutazione così inteso contribuirebbe a mantenere le istituzioni scolastiche in contatto con le culture, i linguaggi, i modi di apprendere delle giovani generazioni. In questo senso, è illusorio ritenere che la sola introduzione di un apparato tecnico valutativo riesca di per sé a migliorare o addirittura a “riformare” il sistema di istruzione. Questo perché nessuna vera, radicale trasformazione del sistema è possibile senza la valorizzazione professionale dei docenti, degli Ata e di tutti i soggetti della scuola, una maggiore considerazione del ruolo degli organi democratici di governo della scuola e, soprattutto, la destinazione di risorse che segnino una discontinuità rispetto ai tagli degli ultimi decenni. In ogni caso, se valutazione ci deve essere, essa si deve realizzare attraverso il coinvolgimento dei diversi soggetti che sono nella scuola in ogni fase del processo. E il supporto tecnico e scientifico  ai processi valutativi dev’essere garantito da un ente terzo, che garantisca una vera imparzialità; non da un ente emanazione diretta del potere esecutivo quale è oggi l’Invalsi. Resta poi da vedere “chi” valuta “chi”. Sgombrato subito il campo dalla possibilità che un soggetto interno alla scuola ne valuti un altro, per evidenti ragioni di possibile “conflitto di interesse” (quindi no a dirigenti scolastici che valutano insegnanti, studenti che valutano i propri docenti, agenzie ministeriali che valutano le scuole, ecc.), sarebbe il Parlamento l’organo per sua natura deputato a vigilare sull’attività, sui risultati, sull’omogeneità dei livelli dell’insegnamento nella scuola della Repubblica. Nel contesto attuale, con una legge elettorale che concede il 55% dei seggi della Camera dei deputati al partito o alla coalizione che ha preso più voti, il rischio sarebbe di vedere consegnata la scuola non al dibattito ed al confronto pubblico tra le diverse culture ed politiche e culturali presenti nel Paese, ma ai capricci della maggioranza (peraltro solo numerica e non reale) di turno. Forse il modello cui ispirarsi sarebbe allora quello di un organismo tecnico designato dall’organo di autogoverno della scuola, un Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione rinnovato nelle prerogative, nei poteri e nella composizione (così come lo ha riformato Berlinguer nel 1999, nell’attuale Cnpi 15 membri su 36 sono di nomina diretta del ministro) dove trovino rappresentanza tutti i soggetti espressione delle scuole di ogni ordine e grado e delle diverse realtà territoriali.  Inoltre, la valutazione, per essere complessiva, non può limitarsi alle sole scuole o ai soli docenti, ma deve comprendere tutto il sistema, compresi i dirigenti scolastici, le strutture provinciali e regionali, gli atti di indirizzo, nonché la valutazione dell’efficacia degli interventi governativi sul sistema scolastico. Deve inoltre necessariamente tenere in considerazione il contesto sociale, economico e culturale e definire i livelli essenziali di qualità nel settore istruzione e formazione.   Nelle scuole, poi, questo processo deve avvenire lungo il crinale di una sintesi del rapporto dialettico tra valutazione esterna “terza” ed autovalutazione dell’istituto, nei diversi ruoli e nei diversi ambiti di responsabilità di ciascun istituto. Docenti, Ata, dirigenti scolastici dovranno inoltre essere valutati dentro una cornice di regole e garanzie che vanno necessariamente definite all’interno del CCNL.

Coordinamento dei docenti di Ostia – “Doc.In.pro”

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